Il grande uno giallo
10 maggio 2008
Cina e Giappone tracciano un piano di marcia per i rapporti bilaterali futuri durante la visita a tokyo di Hu Jintao
PECHINO - Le mille questioni, il milione di diatribe, i cento sospetti passati e presenti sono ancora lì sul campo, ma non importa, in effetti sono superati, sono dettagli, perché il presidente cinese Hu Jintao stavolta ha deciso di volare, alto, altissimo e impostare questa sua visita in Giappone sotto il principio che questi due Paesi, la seconda e la terza economia del mondo, vicini e confinanti, non possono non andare d’accordo.
Questo il messaggio politico vero di Hu ai giapponesi che parte da secoli di storia condivisa e guarda a epoche future per evitare di trasformare ogni problema in guerra.
Sotto questo principio l’establishment giapponese ha risposto con decisione ed entusiasmo. Hu ha incontrato l’imperatore del Giappone Akihito tre volte, ben al di là di quanto poteva prescrivere la rigida etichetta di questi due Paesi confuciani.
È un messaggio chiaro dell’imperatore, rispettato dalla popolazione e idolatrato dalla destra nazionalista anti cinese. Ciò è molto importante perché durante la visita di Hu studenti hanno protestato per la repressione cinese in Tibet e la destra nazionalista minaccia la precaria stabilità parlamentare dell’attuale premier Yasuo Fukuda.
Con questa impostazione quindi Hu e Fukuda hanno di colpo messo da parte le divergenze e si sono mossi invece sul terreno di una partnership strategica.
I due Paesi hanno così concordato maggiori scambi militari, punto spinoso visto la passata invasione giapponese della Cina e il recente rapido aumento delle spese militari cinesi.
Hanno poi abilmente aggirato la più delicata differenza di politica internazionale, l’ambizione del Giappone ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu e l’opposizione cinese a questa richiesta. I due Paesi hanno concordato di studiare un progetto di riforma complessiva dell’Onu, e in questo ambito evidentemente studiare i modi della partecipazione giapponese al consiglio di sicurezza.
Hu ha messo da parte la questione della storia dell’invasione giapponese, una questione annosa dove per decenni i cinesi hanno chiesto “scuse sincere” dai giapponesi i quali hanno fatto difficoltà per timore che poi la Cina potesse usare queste scuse per umiliare Tokyo in futuro.
Il problema tocca i sentimenti nazionali dei due popoli e sembrava un nodo gordiano, ma anche qui Hu ha inventato una soluzione: nel suo discorso ha citato brevemente la questione della storia recente, per mantenere il punto con il pubblico in patria.
Ma Hu ha anche ringraziato ampiamente il Giappone per gli aiuti concessi nella collaborazione ambientale, tema cruciale per entrambi i Paesi, e caro ai contribuenti nipponici che per anni hanno sborsato miliardi senza ricevere troppi ringraziamenti da Pechino.
La vicenda concreta e più scottante è stata isolata: la trattativa sui campi di gas intorno alle contestate isolette Senkaku/Diaoyu. Qui le discussioni andranno avanti, ma senza il rischio di far deragliare tutti i rapporti bilaterali.
Da parte è stata messa anche la vicenda delle importazioni di ravioli cinesi “avvelenati”. Per mesi i dipartimenti competenti dei due Paesi si sono rimpallati le responsabilità, e sembrava che dovessero avvelenare non solo i palati ma tutta la visita. Invece sono state solo una nota a piè di pagina del viaggio.
In questo ambito la dichiarazione congiunta firmata da Hu e Fukuda è a un tempo vuota e pienissima. Vuota perché non ci sono impegni per miliardi di scambi o alleanze politico-militari. Piena perché traccia le linee guida dei rapporti che i due Paesi dovrebbero seguire nei prossimi anni cruciali, quando il prodotto interno lordo cinese supererà quello giapponese ma Tokyo rimarrà la capitale tecnologica dell’Asia.
Francesco Sisci - Fonte: LaStampa.it














